Welby moriva 5 anni fa, ma l’eutanasia in Italia è ancora tabù.

Piergiorgio Welby

Il 20 dicembre del 2006, dopo una lunga battaglia per l’eutanasia, Piergiorgio Welby riuscì a morire. Era malato di distrofia muscolare progressiva, una malattia altamente invalidante che gli era stata diagnosticata nel 1963, quand’era appena diciottenne. Welby respirava con l’ausilio di un ventilatore polmonare Eole 3xO, veniva nutrito con alimenti artificiali e parlava grazie a un computer e a un software. Ciononostante era Co-Presidente dell’Associazione Luca Coscioni e da anni si batteva per la libertà di ricerca scientifica e per l’eutanasia.

Cinque anni fa l’anestesista Mario Riccio esaudì la sua richiesta di interrompere l’uso del respiratore artificiale, considerato da Welby un insopportabile accanimento terapeutico.

Poche settimane prima di morire, Welby spedì una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Io -diceva- amo la vita, Presidente. Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico.

Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. Io non sono né un malinconico né un maniaco depresso – morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita – è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche.

Il mio corpo non è più mio … è lì, squadernato davanti a medici, assistenti, parenti. Montanelli mi capirebbe. Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà“.

A causa del suo impegno per l’eutanasia, la Chiesa cattolica negò a Welby il funerale religioso. Come si legge nel comunicato stampa ufficiale, “In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti”.

Il 23 luglio 2007 il Gup di Roma, Zaira Secchi, prosciolse definitivamente l’anestesista Mario Riccio dall’accusa di omicidio del consenziente, riconoscendo in questo modo il diritto del paziente a rinunciare alle cure e il dovere del medico di assecondare il malato.

Ciononostante, in Italia non esiste ancora un dibattito pubblico sull’eutanasia. Come diceva Welby, “ci vorrebbero silenziosi, ci vorrebbero costringere in un ruolo che non ci appartiene, ma noi ci faremo sentire, parleremo con le impersonali voci sintetiche offerteci dalla tecnologia, chiederemo, chiederemo, chiederemo… fino a quando, se non l’assordante silenzio di Dio, cesserà almeno l’ingiustificabile silenzio dell’Uomo.

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